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[In Missione] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
21-09-2012, 04:44 PM (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 17-07-2014 03:46 PM da Kelsier.)
Messaggio: #1
[In Missione] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
Nome: Semiramide

Anni: 17

Altezza: 1.73 m

Peso: 56 kg

Arto dominante: Sinistro

Tipo: Difesa

Profilo fisico: Un normale corpo da combattente, snello ma non tanto agile. Schiena lievemente curvata a causa di innumerevoli lavori massacranti che hanno caratterizzato intensamente la sua infanzia e parte della sua adolescenza. I capelli sono di un biondo chiaro, ma non tendente al bianco. Una piccola frangia al di sopra delle sopracciglia attraversa la fronte fino a giungere a due lunghi ciuffi di capelli che si accostano ai lati del viso, accanto alle tempie fino a metà collo, mentre di dietro si forma un caschetto che termina a metà nuca, lasciando rasa la parte sottostante. Il verde smeraldo delle sue iridi, ormai andato, viene sostituito dal solito color argento. Le palpebre inferiori hanno sfumature rossastre sin dalla nascita, ma non se ne sa il motivo. Naso dritto (eccetto una leggerissima rialzatura sulla punta). Labbra carnose e mento un po’ squadrato. Mani grandi, piene di calli, sfruttate dalla fatica e dal lavoro passato nella sua vita da essere umano, ma sempre pronte ad afferrare la spada e a proteggere.

Profilo psicologico: Per quanto a primo impatto possa sembrare dura e grossolana, Semiramide è una persona dotata di gran cuore. Tende a nascondere la sua sensibilità dietro una rigida maschera imposta dalla propria psiche prematura, segnata dal duro destino che l’ha condotta ad essere una guerriera. È determinata, ma allo stesso tempo docile. Ha un forte senso di rispetto per coloro che sono superiori a lei e obbedisce a qualsiasi comando che non sfiori la sua sensibilità.
Trascorre la maggior parte del suo tempo in solitudine, sia per abitudine, sia per contemplare il culto del silenzio. Non per questo, però, non apprezza la compagnia.
Attualmente, però, il suo isolamento dalle altre compagne, che si dimostri con un’apparente indifferenza nei loro confronti o con una totale distanza fisica, la induce a lunghe fasi di riflessione, scandite da una paranoia senza fine che domina interamente il suo animo. Pilastro portante di questa palese negatività, è la paura di perdere il controllo della ragione e risvegliarsi.
Per quanto la voglia di vendetta arda nelle sue membra, ha deciso di diventare una combattente di difesa, piuttosto che d’attacco. La sua non sembrante pacatezza l’ha condotta a scegliere una nuova vita non solamente all’insegna dello sterminio degli yoma, ma anche all’autodifesa. La sua coscienza è dominata da numerosi sensi di colpa dovuti per via della morte improvvisa della sua famiglia,
di alcune guerriere decedute (di cui si ritiene esserne la causa) nella battaglia di Wortham, e da un’insaziabile voglia di sfogarsi, vendicarsi e liberarsi dei demoni completi.
Dopo il risveglio, il suo carattere ha assunto delle sfumature completamente differenti da quelle che prima coloravano il suo triste e tentennante ego.
Nessun risentimento le rende, oramai, difficile vivere, né l’insicurezza si fa padrona di lei (o così crede).
Attualmente, le sue emozioni sono in uno stato più che confusionale, un vortice di sensazioni nuove e apparentemente positive e rassicuranti. Prova dentro di sé un oceano di sentimenti amorevoli, quali la gioia, la soddisfazione, il delirio, con un forte desiderio di amare e sentirsi amata, proteggere ed essere protetta, conoscere ed essere conosciuta. Un’euforica sociopatia che alimenta anche il più turpe dei suoi scopi : nutrirsi delle carni di coloro che considererà “suoi amici”, come per conservare dentro (letteralmente “dentro”) il loro caloroso ricordo e il loro benvolere.
La sua determinata e folle sicurezza le impedisce di comprendere il vero stato delle cose : non ha minimamente idea che il risveglio sia avvenuto, né si rende conto della forma bestiale che ha assunto. Anzi, pensa che, con la fine delle sue paure, sia ritornata figlia dell’amata umanità...


Background: Nacque in un piccolo paesino di campagna dominato dai pascoli e dai verdi prati.
Era la prima di cinque figli. Le fu dato il nome di Semiramide. Le sue palpebre sottostanti erano tinte di un rosa più marcato rispetto al colore della pelle, ma il motivo di ciò non si conobbe mai. Trascorse la sua infanzia lì, tra le calde terre del Sud. Dopo la nascita dei successivi fratelli, subì il dolore della morte dei suoi genitori, ma non ne seppe mai la causa. Perciò dovette impegnarsi a cercarsi un’occupazione per mandare avanti la famiglia, da sola. Malgrado la sua tenera età, fu impegnata in campo lavorativo come coltivatrice, zappatrice, domestica e a volte sarta. Tutti lavori le si addicevano, anche per via delle sue mani stranamente più grandi di quelle di una normale ragazzina.
Crebbe in altezza in età ancora precoce, e ciò fece si che aumentasse il suo carico di lavoro. Tutti gli altri fratelli e sorelle impararono a leggere ed a scrivere, mentre Semiramide rimase quasi analfabeta. Nonostante questo, non li odiava, anche se provava qualche piccolo risentimento di disuguaglianza e d’ingiustizia. Non aveva mai contestato nulla in proposito, ma attendeva con impazienza di poter anche lei un giorno essere intellettuale come il resto della famiglia. Teneva molto ai suoi fratelli, ma allo stesso tempo li invidiava. Il legame più forte era quello con la più piccola delle sorelle, Clelia, che, quando poteva, l’aiutava a compiere le faccende che le erano assegnate.
Man mano che gli anni passavano, la fatica aumentava e, giunta la soglia della sua preadolescenza, la colonna vertebrale iniziò a chinarsi. Questo fu dovuto ai carichi pesanti di fieno o di altre cose, tipo ortaggi, che portava quotidianamente sulle spalle e per il motivo di stare quasi sempre curvata a raccogliere quel che era coltivavo, a pulire ed a sollevare enormi sovrappesi. Quando aveva qualche attimo di tregua, una dei suoi passatempi più graditi era inseguire i colombi, spesso insieme a Clelia.
Gettarsi a corpo morto sulla morbida erba dei pascoli nei pressi del villaggio; erba che si confondeva con i suoi occhi verdi come essa. Saltare, nel disperato ma pieno di voglia tentativo di afferrare il pennuto che continuava a volare, e poi ricadere a terra; ascoltare il vento che scompigliava i non medio-lunghi capelli castani, osservando il cielo oramai ricoperto di nuvole grigiastre, per poi correre all’impazzata onde evitare di rimanere all’aperto, sotto l’appena arrivata pioggia. Finiva sempre col ritornare a casa zuppa d’acqua e raffreddata. Sebbene influenzata ed indolenzita, doveva ugualmente continuare a lavorare.
Non doveva far mancare nulla alla sua famiglia e, soprattutto, non doveva farne perdere l’onore.
Alla fine giunse alla più delicata età. Ormai aveva imparato il mestiere fin troppo bene e quasi nulla le sembrava massacrante come in passato. Per la scarsa cura da allergie e da insetti, le sue palpebre divennero ancora più rosee di quanto fossero già, fino a raggiungere un colore simile al granata.
Pur essendo ancora giovincella, le vene iniziavano a marcarsi più evidentemente sulle mani e sugli altri arti. In cuor suo però divampava sempre di più la voglia di farsi valere anche in altri campi, oltre a quelli contadini. Nel frattempo, nell’altra parte del paesino, correva voce che ultimamente numerose persone venivano ritrovate smembrate in casa o in luoghi non pubblici. Diversi giorni dopo si scoprì che il colpevole di tali orrori era uno yoma, ossia un divoratore di carni umane. La notizia giunse fino a casa di Semiramide , che lasciò i campi per un certo periodo di tempo, per evitare rischi. Ciò non rese più possibile l’occupazione della ragazza. Viste le circostanze, arrivò finalmente il giorno in cui, prendendo in considerazione il fatto che non avrebbe potuto compiere i suoi soliti mestieri per un certo periodo, la ragazza decise di avvalersi, con l’aiuto dei fratelli, dell’insegnamento della lettura e della scrittura. Era troppo bello per essere vero. Presto le provviste si finirono e dovette per forza riprendere a lavorare, per evitare di patire la fame.
Aveva imparato a leggere appena tre o quattro parole. Molti proprietari di terre in cui la ragazza era impiegata abbandonarono il villaggio, e Semiramide fu costretta a lavorare per degli extra in modo da rimediare alla perdita di quelle (seppur misere) paghe indispensabili al mantenimento della famiglia. Lavorava dalla mattina alla tarda sera, assaporando il sapore della stanchezza fisica e mentale.
Le fu chiesto un giorno di poter lavorare fino alla notte. E lì ci fu la svolta tragica. Soleva lasciare sempre a casa i fratelli e le sorelle durante quel periodo, al fine di evitare pericoli. E così fu pure quel giorno.
Ritornò a casa verso le prime ore dell’alba. Era sfinita, quasi morta. Si sentiva le vene esplodere, le carni refrigerarsi all’aria fresca del mattino d’inverno e le ossa rompersi. Zoppicava per la strada, inconsapevole di quel che l’attendeva. Con un sforzo bussò alla porta d’ingresso. Ma nessuno aprì.
Ci riprovò altre due o tre volte e dopo di che, con un ultimo e disperato sforzo, si fiondò contro la porta, spalancandola completamente. E percepì il vuoto. Il cuore interruppe il suo normale ritmo cardiaco per qualche istante. Iniziò a sudare freddo. Davanti alla sua vista appariva un atmosfera cupa. I deboli raggi del sole illuminavano le pareti decorate dal sangue, frammenti di carne che pareva ancora viva ornavano il pavimento, qualche arto era deposto disordinatamente in qualche angolo e l’inquietante quiete faceva da sottofondo. Sul tavolo, un piccolo corpicino arrotolato su se stesso, in fase di un riposo senza fine.
Si accasciò a terra senza dire una parola e sollevò gli occhi al soffitto. Ora voleva anche lei poter riposare, senza più svegliarsi, proprio come la sua amata sorella.
Rimase due o tre giorni senza mangiare né bere, seduta in un angolo, con la testa chinata da un lato e con gli occhi quasi continuamente sbarrati, a fissare il vuoto, ad ascoltare la melodia del vuoto, ad ospitare il vuoto. E si addormentò. Ricorda di aver visto un volto nero di fronte a lei, prima di perdere i sensi, e si sentì sollevata in aria. Chissà, forse stava ritornando a casa …
Si svegliò dopo non tanto tempo. Era tra le braccia di qualcuno. Ma il calore trasmesso da quel corpo non le trasmetteva amore e sicurezza, anzi, sembrava freddo.
“..Do..Dove sono? … Cle..lia?” disse socchiudendo gli stanchi occhi. Ma una mano glieli coprì. “Shhh, dormi ancora un po’.. presto troverai un nuovo mondo.” Cullata dall'inquietante voce si riaddormento, per poi risvegliarsi in una nuova vita.

Profilo Fisico Forma Risvegliata: È una creatura mostruosa, dal corpo mastodontico e curvato da una grossa gobba.
Si muove a quattro zampe. Nella sua bestiale fisionomia persiste una grande disparità di lunghezza tra gli arti superiori (nettamente più estesi) e quelli inferiori.
Raggiunge i cinque metri di altezza, spesso quasi dimezzati a causa della sua postura non eretta.
La pelle, ad eccezione degli spazi non rivestiti, ha un colore brunastro.
Il capo è adornato da una folta chioma bionda, somigliante a quella di un leone, ma che riporta alla mente anche dei raggi di sole, stilizzati; entrambe le peculiarità stanno a significare l’acquistata libertà, la rinascita e il potere acquisito.
Gli occhi, d’oro, sembrano lanciare un’aura di malinconia, accentuata dalle immancabili palpebre rosse e ancor più gonfie di prima. Sopra di essi, delle folte ciglia/sopracciglia si elevano raggruppate in tre ciuffi.
Dagli zigomi partono due duri legamenti che si ricongiungono alla mandibola.
Permane il labbro superiore, sotto il quale sporgono le gengive, con denti insolitamente umani. Situazione diversa spetta alla parte inferiore, da cui s’innalzano due lunghi canini a sciabola.
Le guance sono vuote, scuoiate, che lasciano in evidenza la rimanente dentatura e la mandibola.
Anche il collo è nudo, con tre vertebre e muscoli del collo ben visibili.
Sotto le clavicole, si fa spazio la gabbia toracica, sproporzionatamente gigante, spoglia di ogni genere di rivestimento, eccezion fatta per gli strati di muscoli intercostali e i seni, legati al costato e sostenuti da alcuni lembi di carne ricongiunti tra lo sterno e le clavicole.
Grossi e vigorosi sono gli avambracci, riempiti da robuste vene marcate in superficie; le braccia sono più magre e prolungate, terminanti con delle mani molto grandi.
Una loro caratteristica è l’essere dotati di un certo piumaggio, sparso a chiazze poco regolari. Ricordano la livrea delle colombe, uccelli ai quali la ragazza, durante i tempi in cui era bambina, era affezionata. Esso è un apparente richiamo alle sue premure passate, a quella morbidezza insopportabile con cui riempiva, soffocava i suoi pensieri e azioni più sinceri.
Gli addominali sono ben coriacei, così come le cosce. Le gambe hanno l’anatomia tipica delle zampe degli animali selvatici.
Dietro, il suo aspetto non ha molte particolarità differenti, tranne per la colonna vertebrale che, come il torace, è senza involucro.
Nella sua forma umana mantiene la solita e stramba pettinatura che la caratterizzò da guerriera, con la sola differenza del colore che, da biondo passa al castano naturale, mentre gli occhi da argentati divengono verdi smeraldo.
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23-09-2012, 03:56 PM (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 31-01-2014 01:40 AM da Kelsier.)
Messaggio: #2
Scheda di Semiramide [DarkGreen]
SCHEDA APPROVATA

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20-12-2012, 04:21 PM
Messaggio: #3
Scheda di Semiramide [DarkGreen]
[SIZE="4"]Capitolo 1 (test) : Mi ha seguito fino a casa[/SIZE]

[SIZE="1"]Quella mattina, Semiramide non ebbe un piacevole risveglio : l’odiosissima voce di Peter la costrinse ad alzarsi dal letto e, sotto suo incitamento, a mettersi in tuta ed uscire dalla camera. Vicino l’uscio della porta vide quella che sarebbe dovuta essere la sua compagna di missione, Cerezya, che salutò con un velo di timidezza. Ancora una volta Peter le esortò a muoversi e le diresse in una serie di corridoi in cui la luce non penetrava, fino a giungere di fronte ad una porta nera, che trasmetteva soltanto trepidazione. L’uomo le spinse, con una manata, dentro la stanza, sbattendogli la porta dietro. Semiramide, pur timorosa procedette con l’altra. Di fronte c’era un’altra porta scura, che aprirono, ritrovandosi davanti un quadro di dimensioni enormi, il quale ritratto raffigurava un uomo dall’aria cupa, dalla lunga barba nera, in veste aristocratica e con una benda su entrambi gli occhi. Trasmetteva quasi i brividi. Il suo sguardo, impegnato a scrutare il quadro, cadde sul volto dello stesso uomo, che sedeva sotto il ritratto. Questo pronunciò alcuni versi di cui la ragazza non riuscì a comprenderne il significato. Un altro membro in nero si avvicinò alle due novizie, fornendo informazioni sul viaggio. La loro prima missione consisteva nell’andare a Retone, un villaggio a nord di Staph, e uccidere lo yoma, ossia il responsabile della morte di alcuni abitanti. Il tempo per giungere a meta era di due giorni di cammino. Come primo assaggio della sua goffaggine, Semiramide, rivolta a Cerezya, commentò inutilmente quel che l’uomo aveva loro riferito, per poi rigirarsi dall’altro lato per la vergogna. Le neo guerriere ripercorsero i lunghi tratti di galleria e, arrivate all’entrata, trovarono le loro due claymore, che presero, iniziando così il viaggio.

Per la ragazza dalle palpebre rosse, era una gioia poter finalmente sperimentare in campo le sue capacità combattive.
Durante la prima parte del tragitto, iniziò la fase di figuracce da evitare, da parte di Semiramide : una di queste fu il fissare a lungo e distrattamente la compagna di missione, mettendola a disagio.
Iniziava a sperimentare e a disprezzare questo nuovo lato del suo comportamento.
Dopo di che, il viaggio proseguì in silenzio, disturbato dal solo sole che batteva imperterrito. La fastidiosa luce solare infastidiva la ragazza, ma non si fece scoraggiare.
Nel tardo pomeriggio del giorno successivo arrivarono a Retone. Era un paesino ben ordinato, le cui case erano fatte di mattoni e tetti di paglia, ben disposte una lontana dall’altra e organizzate in quattro gruppi, separate dalle vie più importanti. Al centro c’era una piazza, in cui sorgeva un grande edificio. Gli abitanti “acclamarono” le claymore, circondandole, ma solo uno di loro si fece avanti : era Tagar, il vecchio sindaco del villaggio, che gli chiese se fossero loro le tanto attese guerriere. Queste annuirono e, sotto richiesta di Cerezya, Tagar, entrato nella grande abitazione con loro, raccontò come stavano i fatti. Disse loro che da già da una settimana la gente continuava ad essere sbranata e le prime vittime erano due coniugi, i cui piccoli erano sopravvissuti alla strage. L’unica incertezza nelle sue parole era quella dei bambini della coppia : uno, come disse lui, era loro figlio, l’altro invece aveva origini incerte.
Semiramide ascoltò tutta la versione, sentendosi profondamente nervosa e irata nei confronti dello yoma. Sentiva la necessità di avere più informazioni. Il sindaco fornì ulteriori chiarimenti riguardo al secondo bambino, dicendo fosse un orfano trovato dal vero e proprio figlio per le vie della cittadina.
Dopo di che, propose di portarle dove i due alloggiavano. La novizia iniziò a riflettere, sospettando che fosse stato proprio questo misterioso figlio a divorare i genitori, ma non ne fu troppo convinta e si impose lei stessa a non giungere a conclusioni affrettate, chiedendo di più sul conto dell’altro fratello. Ottenne come risposta la sola affermazione che fosse un bambino come gli altri, anche se in quel momento, infelice.

Giunsero lì dove i due stavano, un vecchio e piccolo granaio. Entrando, Tagar li chiamò ed entrambi si fecero scorgere appena da una porta, l’uno appiccicato all’altro. Avevano gli abiti e le pelli sporche ed era evidenti che avessero timore. Quella visione stracciò l’animo di Semiramide, che, guardandoli, ebbe in mente l’immagine dei suoi deceduti fratelli che rimanevano anch’essi abbracciati in maniera simile per diverse ragioni, tra le quali proprio la paura. Eppure sentiva qualcosa provenire da loro, come un’aura demoniaca. Non voleva credere che fossero loro i colpevoli di tutte le morti. Rispondendo alla domanda di Cerezya, ammisero di chiamarsi Tom e Jerry. La percezione della guerriera iniziò a dare risultati più certi : un alone si spargeva su ambedue, debolmente. Lei iniziò a pensare che uno dei due avrebbe potuto essere lo yoma, ossia colui che stava dietro, aggrappato all’altro : Tom. Sicuramente stava incollato a Jerry come per nascondersi e “mimetizzarsi”, per non farsi scoprire. Poteva essere un’ipotesi fondata, ma non riusciva a digerire che si trattasse di bambini. Eh sì, i pargoletti sono un suo punto debole.
Esitò a prendere la spada, convincendosi che non avrebbe avuto alcuna pietà per un mostro, ma non lo fece, anche perché la compagna le consigliò di non farlo. Sotto ulteriore domanda da parte di Cerezya, si seppe che il bambino adottato era proprio Tom. Iniziò a chiedergli qualcosa per cercare di potergli essere d’aiuto, e così fece anche Semiramide, che si inginocchiò davanti Jerry, rassicurandolo e incitandolo a rispondere se qualcosa lo turbava. Il sospettato strinse molto forte l’altro, rischiando di far cadere tutt’e due. Questo rispose che voleva bene al “fratello”. Ma non bastava come spiegazione. Strinse nuovamente Jerry, che si lamentò con un gemito. Entrambe le guerriere cercarono, allora, di scostare l’uno dall’altro. E ci riuscirono. Jerry andò a finire insieme a Cerezya, fuori dal granaio, e Tom finì in braccio all’altra, incominciando a piangere.

Lo yoki diede un forte segnale di percezione provenire, questa volta, solo da lui. Nessuno dei due fu in grado di reagire : Tom non attaccò Semiramide e Semiramide non attaccò Tom. Il calore del suo corpo le rimembrava sempre i malinconici e più profondi momenti passati con la sua famiglia. Non riusciva a fare nessuna mossa che abbia potuto nuocere alla vita del “bambino”, nonostante fosse, ormai, a conoscenza della sua reale natura. Jerry prese a piangere in modo molto forte e Cerezya cercò di riportare l’altra guerriera sulla retta via.
Lei si sentiva confusa, non sapeva che fare. Così, in preda agli stati d’animo, lo scrollò, quasi obbligandolo di farsi vedere come veramente era. Ma questo continuava a gettare lamenti.

Fu adesso che Semiramide, non riuscendo più a contenere la sua frustrazione dovuta, alla sua eccessiva gracilità e in preda ad un nuovo stato alterato di yoki, prese la spada e la diresse verso il mignolo della mano di Tom, che bloccò la spada e, spostando la mano che strofinava su una parte del viso, fece intravedere il suo occhio d’orato, tipico di uno yoma. Diresse la mano libera verso il volto della guerriera, intenzionato a ferirla, ma lei, con uno scatto della testa, fu solo sfiorata. Il piccolo ritorse il braccio della ragazza, facendola cadere a terra, e si mise sopra il suo addome. Cerezya, lasciato Jerry da parte, si precipito versò la collega, per infliggere con la spada il demone, la cui caviglia era ora tenuta stretta dalla sottostante. Non riuscì a colpirlo, poiché si piegò in basso, e la lama si bloccò a terra, ad un passo dalla testa di Semiramide, ma si scheggiò il palmo della mano, siccome fece trazione sull’altra claymore che teneva bloccata.
Così Cerezya, per rimediare, gli afferrò la testa, cercando di rompergli l’osso del collo, e l’altra novizia fece tensione verso l’alto con la propria spada, in modo di ferirgli ancora la mano, che questo tolse per portarla al collo, tentando di cacciarsi il nodo che quella aveva creato con le sue braccia. Ora Semiramide era libera, e, approfittandone, cercò un attacco verso il petto di Tom, ma non ci riuscì. Non resistendo più alla stretta della guerriera, si alzò, e in questo l’altra trovò il modo per, infine, trafiggerlo. Riuscì a segarlo in due, ma purtroppo coinvolse nel colpo anche le cosce di Cerezya, che cadde a terra come lo yoma ormai senza vita.
Pur provando dispiacere, non poteva incolparsi ingiustamente, non l’aveva mica fatto apposta! E poi, era l’unica soluzione.. Anche se i rimorsi rimanevano sempre…
Inutilmente cercò di scusarsi : ora la malcapitata nutriva intensi sentimenti di odio verso di lei. Cercò di mantenersi in piedi, aiutata dalla compagna, ma non ce la fece. Allora provò ad effettuar la rigenerazione, ma Jerry riprese a piangere rumorosamente e Semiramide, per cercare di non deconcentrare la povera “vittima” dell’incidente casuale, lo rassicurò. Il bambino, tranquillizzato, fu portato via dal sindaco e le due rimasero sole. Dopo un po’ di tempo, la profonda ferita guarì e quindi s’incamminarono verso la casa di Tagar.

Ritrovatesi lì, l’uomo offrì loro la ricompensa per la missione terminata con successo, ma qualcosa attirò l’attenzione delle due, ossia l’assenza di Jerry, che poi si avvicinò loro, accompagnato, o meglio, trattenuto da una donna. Era quasi pazzo, disperato. Il sindaco spiegò che era così da quando l’avevano lasciato, poco tempo prima.
Semiramide provò di nuovo un buco nello stomaco a vederlo in quello stato. La donna si allontanò, ma la ragazza la seguì, sotto richiesta di Cerezya, ma anche della sua indole. Giunse di fronte a lui, lo abbracciò e gli trasmesse, come al solito, sicurezza, affetto e comprensione. Dopo ciò, lo rilasciò, ormai addormentato, alla signora, che se ne andò.
Ritornata dal sindaco e dall’altra guerriera, si rese conto che quest’ultima le aveva proposto di prendere con loro Jerry e darlo in custodia in un altro villaggio. Troppo tardi. Presto si sentì un’ irritante voce dietro, era Peter, giunto sul “campo di battaglia” per ritirare la ricompensa che sarebbe spettata alle guerriere, sostenendo che va consegnata solo ed esclusivamente agli uomini in nero. Semiramide provò un enorme fastidio a rivederlo e sapere che lui avrebbe tenuto quello che con fatica avevano guadagnato le sembrava una vera e propria ingiustizia. L’uomo le esortò ad andarsene dalla città, cosa che loro fecero (anche per non sentirlo parlare, ovvio), dopo aver guardato il sindaco, come per dargli un ultima raccomandazione riguardante il futuro del bambino. Ripresero a camminare. La novellina era felice per aver portato al termine il suo compito, ma al contempo rammarica per non aver potuto far altro per Jerry, ma cercò di non pensarci molto.

Il viaggio di ritorno non fu disturbato dalla presenza del sole, che a quell’ora iniziava a calare. Proseguì, anche questo, in modo tranquillo, tranne ovviamente per alcune sue solite le baggianate, che però durarono ben poco e non provocarono alcun senso di imbarazzo, almeno da parte di Cerezya, che sembrava immersa nei suoi pensieri. Arrivarono alla base dell’Organizzazione, ove trovarono Duran, che le accompagnò da Ufizu, che narrò loro dei nuovi versi, con la quale riassumeva la loro missione e dava loro un buon ritorno. Duran, accompagnate elle fuori dalla camera, gli disse che sarebbero diventate delle vere guerriere e che avrebbero avuto la possibilità di, finalmente, riposarsi. [/SIZE]
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07-06-2013, 03:10 PM
Messaggio: #4
Scheda di Semiramide [DarkGreen]
[SIZE="3"]Capitolo 2 : La candida Fanciulla Danzante[/SIZE]

[SIZE="1"]Quale più strambo inizio giornata! Ritrovarsi alle porte di Staph in compagnia di due individui sconosciuti : un uomo in nero dall’aria estremamente elegante, di nome Hayez, ed una piccola (sarebbe il caso di dirlo) guerriera.
Cosa ci faceva lì? Quali erano le intenzioni dell’oscuro soggetto accanto a lei? Domande che le rimbalzavano nel confuso cervello che aveva.
Eh già, era proprio una nuova missione da portare a termine. Sarebbero (cosa? Anche quella ragazzina avrebbe partecipato?) dovute andare verso Alessandro, una ricca città nella parte nord-occidentale delle calde Terre del Sud, con il compito di proteggere una nobile fanciulla, Violaine, il cui padre, commerciante di grande fama, mastro Harmun, è riuscito a convincere un altro pezzo grosso a sposarne la gentil figlia.
Avrebbero approdato al Chateau du Lac, residenza dello sposo, a bordo di una grossa nave costruita per l’occasione, la “Fanciulla Danzante”.
Non sembrava male come incarico.. Peccato che, però, sulle sponde di un’isoletta, impossibile da evitarne la rotta, l’ Isola dei Penitenti, si fossero stabiliti due yoma, intenzionati a mangiare i passeggeri delle navi di passaggio.
Ora era tutto chiaro : il loro obiettivo era quello di eliminare le due malvagie presenze, in modo da consentire un felice matrimonio alla neosposina.
Introduzione conclusa.
Era giunto il momento di partire. Una bella camminata, infastidita dal sole irruente e scandita sui fiumi di domande da parte della compagna di viaggio che le era capitata. Il suo nome era Dorotea, anche lei una novellina.
Verso il tardo pomeriggio arrivarono in una zona arida e poco erbosa, nella quale trascorsero la notte.
Al loro risveglio ripresero il viaggio, attraversando numerose zone verdeggianti, facendo una piccola sosta tra le colline, spilluzzicando uva o olive.
Il loro cammino ricominciò. Percorsero strade e stradine per molti giorni, fino a giungere proprio lì, ad Alessandro.
La città si presentava piuttosto caotica, per via degli innumerevoli scambi commerciali tra persone e mezzi.
Giunsero all’enorme porto, ove incontrarono il diretto interessato, che fece un breve resoconto della situazione, illustrando alcuni dettagli della grossa nave bianca di fronte.
Poco dopo arrivarono lunghe file di dame e guerrieri in divisa, diretti all’imbarcazione; tutti erano intorno alla più importante di tutte : Lady Violaine.
Anche le due combattenti erano pronte a salpare, ma un inconveniente le interruppe. E male sì, i marinai, essendo superstiziosi, erano spaventati dalla grande presenza di donne a bordo.
L’arrivo di altre due componenti del gentil sesso (e in più guerriere mezze yoma!) non avrebbe di certo migliorato la situazione.
Furono costrette a travestirsi da uomini, nascondendo la loro roba e le loro spade dentro due casse.
Cosa non si fa per portare a termine una missione?
Finalmente si poté partire. Le due donne-demoni scesero, con il capitano e Violaine (già al corrente di tutto), sottocoperta nella camera di quest’ultima. Qui ebbero una buona visione sullo stato di allerta dagli yoma, indicatogli dal fulvo uomo di mare grazie ad una cartina della zona.
Passarono la serata in compagnia di alcuni uomini della ciurma e dell’ impetuoso discriminatore del genere femminile, nonché il più anziano di tutti.
Il dì successivo si trovarono interpellate dalla promessa sposa e dal capitano, che mostrò loro la pericolosa zona interessata. Riuscivano persino a percepire qualche flusso di yoki. Come fare ora? Se lo chiedevano tutti, ma ben presto fu trovata una soluzione. Sotto il consiglio dell’imbranata Semiramide (sì, proprio lei), si cambiarono d’abito, indossando di nuovo le vesti da guerriera (senza troppi appesantimenti) e scesero sulle scialuppe, osservate dagli sguardi indignati dei marinai.
Sembrava tutto perfetto, ma permaneva un piccolo problema : Semiramide non sapeva nuotare e né tantomeno usare una scialuppa. Cosa sarebbe successo se questa fosse caduta dalla piccola imbarcazione?
Avrebbe potuto essere un bel guaio, ma fu quel che accadde. Lei e Dorotea si ritrovarono a combattere con uno yoma ciascuno.
Fu ferita ad una spalla, cadde in mare a causa di un attacco dal fondo, rischiò di annegare, cercò in tutti i modi di rimanere a galla ed in vita. Provocò solamente danni superflui al nemico, almeno in un primo momento, ma poi riuscì a mozzargli un braccio. Ora sì che si faceva tutto più semplice.. o almeno sembrava. Lo yoma raggiunse la moltitudine di scogli, dietro la quale si camuffò.
Semiramide non ebbe la minima intenzione di rimanere a guardare, perciò lo seguì, in un modo o nell’altro..
Giunta lì, fece lo stesso del nemico, arrampicandosi per gli scoscesi faraglioni. Il gioco era fatto.
Lo beccò impreparato e, mentre quello tentava di nuovo la ritirata, gli saltò addosso e lo affettò in due.
In quel momento si sentì esplodere dalla felicità e lo diede a dimostrare.
L’unica questione rimasta in sospeso in quel momento era la rigenerazione della sua spalla. Non poté far altro che trovare un posticino su cui sedere, ossia un piccolo scoglio sulla riva, su cui iniziare a guarire la ferita.
Finita la cura, unitasi di nuovo alla compagna di squadra, sana e salva dopo un ulteriore scontro contro l’altro mostro, ed alla scialuppa di questa (siccome la sua era rimasta incustodita a largo), fecero ritorno sulla Fanciulla Danzante, ove vennero accolte dai volti scuri degli uomini della ciurma e dalle espressione di estrema contentezza del capitano e di Violaine.
Dopo un’altra notte passata nella calorosa ospitalità da parte della damigella, Miss Palpebre Rosse e Dorotea dovettero raggiungere Hayez sulla spiaggia più vicina. La missione era conclusa.
Il duo di combattenti scoprirono, inoltre, che la tanto cara Signorina che avevano protetto fin’ora non era che un’attrice, mentre la reale aveva viaggiato per terra con suo padre.
Semiramide non fece altro che rimpiangersi sulle proprie spalle, per aver sloggiato (effettivamente) invano tutta la sua “galanteria”.
Ma non era questa la questione più grave, bensì un’altra : dopo mille peripezie, non aveva ancora imparato a nuotare.. [/SIZE]
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08-09-2013, 04:10 PM
Messaggio: #5
Scheda di Semiramide [DarkGreen]
[SIZE="2"]Capitolo 3 : Sessione d'allenamento con Gaia[/SIZE]

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In una giornata come tutte, nel cuor di Semiramide maturò il desiderio di andar in Arena. Non si sentiva psicologicamente pronta ad affrontare un nuovo giorno all’insegna della noia.
E inoltre, aveva voglia di misurarsi con qualcuna. Detto, fatto. Arrivata di fronte al posto prescelto, vide dinnanzi una guerriera pronta a duellare con qualcuno. “Il Fulmine Rosso”, è così che si appellò. Un’occasione da prendere al volo! Dopo aver contemplato il fascino della combattente sua futura avversaria (con la strana caratteristica di portare una fascia di piume), si fece avanti accettando la sua proposta. La bella ragazza-demone si presentò. Il suo nome era Gaia ed era, niente poco di meno, la numero 16. Questo mandò in leggera crisi l’imbranata numero 33, ma non la scoraggiò del tutto.
Ed è lì che sbucò Peter, quell’orrido essere umano che tanto infastidiva la nostra avventuriera, con l’incarico di far da giudice per lo scontro. Un tuono si fece sentire, e ciò lo incoraggiò ad esortare l’inizio, onde evitare di beccarsi la promessa pioggia.
Presero le claymore senza filo.
Gaia le diede la possibilità di attaccare per prima, cosa che accettò senza alcun ripensamento.
Le si scagliò contro, effettuando un balzo a circa un metro di distanza da ella, con l’obiettivo di colpirla alla spalla.
Questa schivò senza alcuna difficoltà, per poi prepararsi a contrattaccare.
Semiramide era in leggero svantaggio siccome, appena atterrata dal salto, si trovava barcollante. L’unica chance era quella di scansarsi, gettandosi a terra. Avrebbe voluto sollevare sabbia, attaccandola in seguito, ma non le riuscì.
Colpita al ginocchio dalla spada nemica, rotolò in modo “sensazionale” dal lato opposto. Qui Gaia esplose in un attacco d’isteria improvviso, dicendo di schiacciarla, approfittandone della sua posizione svantaggiata.
Tuttavia, questo scatto di pazzia si rivelò solo una buffonata. La nostra protagonista si sentì presa in giro e la paura che provò secondi prima si mutò in risentimento. Nuova opportunità per attaccare.
Si fece di nuovo avanti con una corsa verso l’avversaria, fendendo l’aria con un primo attacco premeditato e caricando un nuovo colpo sul secondo. Quella schivò di nuovo allontanandosi abbastanza.
Ecco che la guerriera pennuta si precipitò contro la palpebre-rosse, che avvertiva il suo yoki fare balzi di quantità piuttosto notevoli. Che fosse una sua tecnica speciale, l’aveva ben intuito.
Trasmettendo abbastanza energia nelle braccia, Semiramide si preparò a parare l’eventuale colpo costretta a ricevere. Riuscì nel suo intento, ma fu scaraventata via da successive sette percosse. L’impatto fu forte, tanto da frantumare qualche costola.
Peter si alzò dagli spalti, annunciando la fine del duello, seguito dal solito tuono (che quest’uomo porti iella?), poi si offrì di portare la sconfitta in infermeria, alternando momenti di serietà ad irritanti battute sullo stato fisico di quest’ultima.
Ma, inaspettatamente si avvicinò lei, la vincitrice, offrendosi volontaria ad accompagnare la distrutta collega in dormitorio.
Accettò la sua disponibilità, con stupore. Come primo combattimento in arena dopo la cerimonia del rango, l’esito era stato deludente, ma non del tutto.
Infatti, è stata l’unica a parare almeno un colpo della sua tattica offensiva. Beh, perlomeno aveva qualcosa di cui andarne fiera..
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11-05-2014, 10:15 PM (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 11-05-2014 10:16 PM da DarkGreen.)
Messaggio: #6
RE: [In Attesa] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
Capitolo 4 : The Horde

Miseria, non ho alcuna speranza di riuscire a raccontare bene quanto è accaduto lì… no, non credo che le forze mi lasceranno ancora sveglia. Cercherò di essere veloce, anche perché è una piaga rimanere a torturarmi di nuovo con quei pensieri maledetti, quei ricordi disgustosi eppure così intensi.. intensamente disgustosi. E niente, non ho altre qualità per descriverli.
Come era iniziata? Ah, era mattina, sì, mattina, ed il cielo era bianchissimo e fresco.
Ci avevano convocate per quella missione, Duncan ci aveva convocate, sì. C’erano Cerezya, Kim, la povera Medea, Dyana..o Dayna? Non me lo ricordo. E poi c’ero anche io, ovvio.
Duncan c’aveva ordinato di andare a quel villaggio, Wortham, per uccidere un branco di yoma che da tempo facevano dannare la popolazione e per ritrovare due guerriere che erano state spedite lì e che non avevano fatto più ritorno. E siamo partite, abbiamo impiegato tredici giorni, ma la fatica non ci sopraffece. Siamo giunte di fronte ad una biforcatura che s’innalzava su una collina, in cui la strada a destra portava direttamente a Wortham, quella a sinistra s’inerpicava su sentieri scoscesi ed era decisamente più lunga. Cerezya scelse la più complicata, perché era più improbabile trovarci degli yoma, sì. Eh.. ah, giunte sulla sua sommità abbiamo trovato una cappella, contornata da un cimitero. Ed è qui che trovammo anche il cadavere di una delle due guerriere disperse. Si chiamava Thalia. Abbiamo proseguito col seppellirla, io ho scavato la fossa e Cerezya voleva pure farle la Messa..
Poi siamo andate verso il centro del villaggio e… abbiamo visto la piramide di corpi umani.
Eravamo nascoste dietro un muretto e tramavamo un attacco a sorpresa al gruppetto di mostri che rimanevano a guardare nella direzione opposta. Anzi, erano loro a tramare quello, non io. Non mi sono trattenuta e ho perso il controllo.. sono diventata pazza. Non è bello assistere ad uno spettacolo del genere. Non è bello, no, no. Ho staccato con un morso persino il labbro inferiore : stavo male. Il mio yoki continuava ad alzarsi da solo e… ho chiesto aiuto alla capo squadra, che mi dette un pugno nello stomaco. Il tentativo di attacco a sorpresa fallì. Era tutta colpa mia, solo mia, ancora non riesco a perdonarmi e mai lo farò! Intanto c’erano altri yoma che si dirigevano verso di noi, come riferito da Kim. Appena finito di rigenerarmi il ventre, partii all’attacco, senza alcun ordine; è strano da parte mia ma non potevo rimanere a braccia conserte e aspettare che la situazione degenerasse nuovamente. Sì, riuscii ad ammazzarlo, ma me ne ritrovai un altro davanti subito dopo e, come se non bastasse, finii a terra nel tentativo di evitare un suo colpo. Ebbi l’idea di sferrargli un doppio calcio, ma si rivelò tutto inutile. Così, mi posizionai la claymore sul petto, come scudo, ma un suo artiglio mi penetrò nella carne, ugualmente.
Poi cercai in tutta fretta di mettermi seduta e tagliargli le gambe con un fendente orizzontale, e ci riuscii, ma il bastardo mi prese comunque per il collo, volendomi strozzare. Per fortuna Kim arrivò in tempo, e gli spaccò il cranio. La benedetta ragazza mi aiutò anche a rialzarmi.
Gli yoma avvertiti in precedenza non tardarono ad arrivare, ed uno di loro aveva pure la spada!
Mi venne la folle idea di coglierlo di sorpresa, salendo sull’agglomerato di cadaveri.  Sì, superava la mia sensibilità, mi nauseava, mi faceva sentire male farlo.. ma dovevo, DOVEVO! Tutto si era complicato a causa mia, DOVEVO riscattarmi, con le altre, come con me stessa.
Era terribile, e la piramide era pure instabile : mi rallentò un po’. Giunta in cima, mi gettai su di esso, nel tentativo di colpirlo, ma lui parò il colpo; tuttavia, non gli impedii di cadere a terra.
Non mi rimase altro che tentare un altro fendente e lo decapitai.. nonostante ciò, fui gravemente ferita al fianco sinistro dalla sua spada, che mi puntò prima di morire.
Il dolore era allucinante, ma dovetti rigenerarmi, con un buon 60% di yoki.  Appena dopo fui rigenerata, mi ritrovai sopra il naso uno yoma alato. Evidentemente non era affatto il mio giorno fortunato. Scansai il suo assalto dall’alto, ma non si diede per vinto : tentò di attaccarmi con gli artigli, ma mi feci di nuovo scudo con la spada. E ancora tentò una nuova mossa con l’altra mano, indirizzando le sporche unghiacce contro la mia testa.
E mi gettai a terra, con la spada pronta ad affettargli le dita qualora fossero atterrate ed incastrate su un altro obiettivo.. e quell’obiettivo era la schiena di Kim. Mi sentii uno schifo, una vera stupida. La rabbia m’indusse a saltare verso quel bastardo e a spaccargli il cervello a metà. La poveraccia che conservò il colpo destinato a me stava soffrendo piena di sangue, mentre Medea iniziava a diventare incontrollabile, come annunciato da Cerezya.  Fu così che, colta di nuovo dall’ira, mi precipitai verso uno dei demoni che stavano accanto al capitano e, dopo che cadde a terra ferito, lo uccisi definitivamente. Ah… ecco… fu quello il momento in cui Medea si risvegliò. L’ultimo yoma rimasto, fuggì come un coniglio, spaventato da quella nuova creatura. Era terribile : al posto delle gambe aveva gli zoccoli, le dita erano artigli e da dietro spuntavano degli uncini.. la sua pelle era più scura del normale.  Eh sì, non era più lei, ma solo una bestia senza buona volontà, quasi come me, direi. Comunque, Cerezya tentò di comunicarci, persino di attaccarla con un cadavere di yoma, ma fu tutto inutile. Ed io? Io stavo cercando di camminare verso di lei (la capo squadra, intendo), tremavo dalla paura.
La sorte volle che quell’orrore sparisse dalla nostra vista, balzando via.
E restammo sole, noi quattro. Cerezya mi si aggredì contro, attribuendomi la colpa di tutto ciò ed io, come una stronza maledetta, le urlai contro il mio dolore, le mie condizioni. E a cosa lo feci a fare? Non mi notò neppure minimamente.. mi ordinò solo di soccorrere Kim, che però era già morta. Afflitta com’ero (e come sono tuttora) dai sensi di colpa, la  presi in braccio, dopo aver compiuto un banale “rituale”, cioè risucchiare i polpastri che avevo macchiato del suo sangue. Lo chiamo “banale”, ma mi è servito come dimostrazione della mia finita… cretinaggine? Sensibilità? Un miscuglio tra le due.  Mi diressi verso Cerezya, che mi esortò a controllare quel qualcosa che fino a poco tempo fa stava distraendo gli yoma. E notai pure che Dayna (o Dyana, come si chiama) era morta. Quella roba era una botola, da cui fuoriuscì niente poco di meno che un umano sopravvissuto, di nome Adam.. sì. Tentai di prestare attenzione a quel che raccontava, ma invano. Ci chiese di seppellire anche la guerriera che lo protette, nonché l’altra deceduta nella spedizione passata.
Beh, le seppellimmo; io pensai ad occuparmi di Kim, a cui dedicai un ultimo e triste sguardo prima di ricoprirla di terra.
Accompagnammo Adam al villaggio più vicino, ci dirigemmo verso la nostra base.
Ero distrutta, volevo solo ritornare a Staph. Prima di arrivare, Cerezya mi provocò con una frase ambigua e piuttosto fastidiosa : avrei voluto gridarle in faccia una marea di insulti, ma non ce la feci. Poi m’incolpò dell’accaduto dinnanzi a Duncan, ma non ci diedi caso, o meglio, la guardai fredda come il ghiaccio. Non avevo neanche il coraggio di commentare, ma non per lei, ma per me.
Duncan la sgridò tantissimo, tanto che ne restai stupefatta anch’io. Un po’ ero felice, me ne vergogno. Poi ci spiegò un dettaglio molto importante sulla condizione di Medea. Ci parlò del “risveglio”, una terribile pena che spetta a coloro le quali perdono la coscienza umana a causa di uno smisurato rilascio di yoki. Sono come gli yoma ed anche peggio, senza un briciolo di pietà, dal nuovo corpo e dalla nuova anima animalesca. Io stavo per diventare una di loro, forse lo sono già, forse lo sono sempre stata. Quando vidi quell’ammasso di cadaveri divenni pazza, i miei sentimenti sono troppo invadenti. Più cerco di mantenermi umana, più l’istinto mi sopraffa, mi muta in un mostro pieno di putrido orgoglio e ricco risentimento.
Io non riesco più a capirmi, forse è meglio così : cosa si può mai trovare in fondo ad un pozzo senza fine? Cosa ci si può aspettare da un rifiuto, da uno scarto di yoma? Sono diventata per metà mostro, è giusto che rinneghi le emozioni in battaglia. Non ucciderò più le mie compagne, loro non moriranno più per i miei merdosi acciacchi. Non sacrificheranno neanche un capello per una bestialità di guerriera che d’ora in avanti lotterà senza chiudere occhio e piangere la morte. Sì, sarà così, possano le mie mani rimanere sporche di sangue per sempre e le mie palpe-bre..spa-lan…cat-

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05-07-2014, 04:15 PM
Messaggio: #7
RE: [In Missione] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
Semiramide si è risvegliata.

...
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07-07-2014, 10:13 PM (Questo messaggio è stato modificato l'ultima volta il: 07-07-2014 10:14 PM da DarkGreen.)
Messaggio: #8
RE: [In Missione] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
Capitolo 5 : Io sono Leggenda

Che motivo ho di deviare il mio piacere nel ricordo di ciò che è appena accaduto?
È come se sentissi il dovere di farlo… ma quale danno potrà mai apportarmi? Quale? Nessuno. Ho smesso di soffrire invano!
Sì, perché da oggi in poi sarò libera!
Ah, che meravigliosa sensazione! Non ho mai provato nulla del genere, mi sento rinascere, rivivere, diventare più forte, ricca di amore! Anche se ho fame, sinceramente.. molta fame. E ciò significa che ho ritrovato il mio essere umana; cosa mai potrebbe essere meglio di così?
Ma torniamo alla missione.
Uno squallido uomo in nero, di nome Cort, ci aveva chiamate al cospetto per sgomberare un paesino del nord, B-..Briggi Taun, sì, quello, dagli yoma. Eravamo io, Angela e Morgana, quelle due brave ragazze.
Il viaggio durò abbastanza che manco io ricordo tanto.
Poi arrivammo in quel posto, bianco come le nuvole in una giornata di primavera. Neve, ghiaccio, vallate di alberi immersi nel candore. Mai avevo assistito ad uno spettacolo del genere. Scalammo una fitta parete di ghiaccio e proseguimmo per una stretta gola, dalle stalattiti minacciose che per poco non ci colpirono.
Giungemmo, infine, al villaggio. Il destino volle che trovassimo i mostri già alle prese con l’abbattere una piccola capanna, in cui vi stava un pover’uomo.
Due stavano a guardare, uno sputava gli ordini, altri due sfasciavano la casa.
Angela ci ordinò di far fuori quelli senza impegni, mentre lei si sarebbe occupata dell’altro che sbraitava.
E qui fallii nel mio attacco “silenzioso e leggiadro”, dimostrandomi una povera goffa senza tatto.
Il bastardo mi ferì, ma non fu grave e non mi diedi per vinta.
Ebbi la grande iniziativa di piantarmi la zappa sui piedi, letteralmente, mettendo in atto un attacco non alla mia portata.
Volevo utilizzare il mio avversario come peso da lanciare contro i due dannati che stavano demolendo l’abitazione.
Ma non notai che quelli vi erano già entrati dentro, e che la mia mossa era troppo difficile per una tipa impacciata quale ero (contando pure che ero stata sfiorata alla fronte da un artiglio, ed il sangue mi era finito nell’occhio).
E finii ferita, in maniera molto più pesante di prima.
Tuttavia, non potevo di certo arrendermi. Ma svenni comunque, demoralizzata.
Lì sentii la voce di mia sorella Clelia, che mi trasmetteva coraggio, m’incitava a dare del mio meglio, a vincere.
Le urla dell’umano mi riportarono alla realtà e, spinta da una nuova coscienza della lotta, ritornai in piedi, dolorante, e mi fiondai verso la piccola costruzione.
Uccisi il primo dannato che mi capitò davanti, anche se il suo simile riuscì a perforarmi il petto. Nonostante ciò, non mi perdetti d’animo.
L’ultimo attacco si rivelò un successo, ma a caro prezzo : calcolai male la distanza tra me e lui e, pure se lo riuscii a trinciare in due, e le sue zanne mi strinsero la gola, provocandomi un’orribile emorragia.
Fu un duro colpo per la mia residua sicurezza. Ma anche lì mia sorella accorse in mio aiuto. Mi rassicurò, mi rivolse alla vendetta, al riscatto che io e solo io avrei potuto ottenere se solo avessi creduto in me. Mi convinse del fatto che nessuno avrebbe mai provato pietà, amicizia, affetto per me, annunciandomi la dura legge che regola questo mondo contro la mia persona.
Mi sentii una melma nata dalla melma, un essere senza amore né affezione.
Il mio yoki, in più, era altissimo, quindi rischioso.
Ma loro, le mie compagne, anziché uccidermi, mi dimostrarono il contrario, mi rivolsero contro parole di miele, uniche.
Tornai felice, come non lo ero mai stata, commossa. Esisteva, sì, esiste qualcuno che crede in me! Non sono un individuo inutile, solo, triste, grigio, non lo sono più!
In vita mia, avevo trovato delle amiche. Loro fermarono le mie lacrime, e i miei singhiozzi diedero spazio ad uno storpio sorriso.
Ero così contenta che il dolore che mi dava tormento svanì, sia dentro, sia fuori, e fui avvolta dall’onnipotenza di questa nuova realtà che mi sta accogliendo nella sua luce. Finalmente scappai, rinata, via, lontano, allo scurire del cielo gelido del nord.
Ora sono libera, LIBERA!  Mai più farò ritorno all’Organizzazione, mai più verserò lacrime per l’amarezza del passato, mai più sarò sola!
L’immenso mondo mi attende ed io renderò omaggio ad esso, per avermi accettata come sua figlia, come suo migliore frutto!
Mi ciberò fino a saziarmi e le persone mi ameranno! Ed io amerò loro, la loro carne, le loro più infime viscere, che troveranno reggia nel rifugio del mio corpo.
Sentirò il loro calore esplodermi dentro, in un vortice di amorevolezza che mi renderà gioiosa, gioconda, forte.
La solitudine resterà solamente una bestia passata.
CLELIA! IO HO VINTO!



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13-01-2015, 05:11 PM
Messaggio: #9
RE: [In Missione] Scheda di Semiramide (DarkGreen)
Capitolo 6 : Mangia che ti passa!


Era un bel giorno… doveva essere un bel giorno. Ci tenevo così tanto che lo fosse.
Verso l’alba, quando la luce del sole si estendeva ancora molto debole sopra le chiome degli alberi, trovai un piccolo agglomerato di casupole, ove m’intrufolai. Ricordo che avevo molta fame, d’altronde come adesso, ed ero mossa da un’immensa voglia di stringere amicizia con i simpatici boscaioli, minatori, quello che erano. Bussai ad una porta a caso e un omaccione mi accolse, anche se in maniera molto brusca. Ciò non mi piacque affatto, di conseguenza cercai di sottometterlo con la forza che, menomale, non mi manca. Ma comunque, non mi feci mancar d’animo e fui di volta io stessa ad accoglierlo. Le sue carni divennero mie e insieme coronammo la nostra novella amicizia. Eppure non mi bastava, volevo conoscerne altri.
Mi scaraventai fuori dalla piccola struttura, esortando gli altri abitanti a gran voce, affinché anche loro uscissero e mi conoscessero. Però, appena mi videro, iniziarono ad atteggiarsi come matti, alcuni scappando, altri fissandomi increduli, come se avessero visto chissà che di orribile. Ci rimasi male, ma non volevo neppure che se ne andassero così, di punto in bianco, senza neanche stare un po’ insieme. Ed è qui che quella forza così bella e così strana mi raggiunse, dandomi la possibilità di realizzare questo mio desiderio con più facilità…
Poi cos’ho fatto? Mh… AH ecco! Riuscìì ad afferrare uno dei villani che stavano cercando di evitarmi come forsennati. Anche lui divenne mio amico. Ma non era ancora abbastanza!
Presi a correre, dentro la selva verso cui quelli stavano andando, ma pareva non ci fosse nessuno. E quindi, risentita e arrabbiata SBAM! Con le mie braccia, forti più che mai, per poco non spaccai la terra, facendo tremare tutto. Ecco cosa succede quando mi arrabbio! Che poi proprio non capisco : cosa c’è di più semplice che diventare amici?! Ah.. no… forse sono io il problema. OH mio cielo… no, per ora non voglio pensarci, o piangerei di certo e sono molto, ma MOLTO stanca di piangere.
Dov’ero rimasta? Ah, sì, allo “SBAM!”. Così facendo, un albero cadde sopra un uomo, ma io lo liberai e lo tenni con me. Quello mi disse che nel villaggio, più vicino e in cui abitava, c’erano dei bambini. Io, tutta contenta, me lo portai dietro, al fine di raggiungere quel posto.
Anche se, a meno di metà strada, non resistetti dal farlo mio.
Viaggiai per circa due giorni, con i candidi e caldi ricordi di quei miei tre amici, fino a che non raggiunsi l’agognato luogo. Vi feci il mio ingresso, in maniera assai educata e un pochino pure impacciata (è un mio difetto, ahimé), ma quelli lì scapparono. Sì, pure loro!
Mentre mi sentivo scombussolata e offesa, mi accorsi di un’aura un po’, anzi, molto nostalgica.
Ebbene sì, c’erano tre guerriere, una che si chiamava F-… come si chiamava? F-F… Freglia, ecco, e le altre due… no, non vollero dirmelo loro. Quella maledetta mi mandò in confusione dicendomi roba stramba, come, ad esempio, che non fossi umana eccetera eccetera.
Anche lì mi arrabbiai e sbattei i palmi al suolo. Una di loro volle venirmi incontro, provò la mia collera e si unì a me. L’unica decente, pensai. Da quel momento, le cattive presero a comportarsi ancor peggio, ferendomi i fianchi e scappandomi in continuazione. Io le inseguii, con una grande voglia di ospitarle* dentro me, essendo io di natura vigliaccamente misericordiosa.  Ma quelle saltavano da una parte all’altra, con quelle spadone strette nelle loro mani. Distrussi due case e la tanta polvere che si sollevo, insieme a loro che mi prendevano in giro, scimmiottando da una parte all’altra, mi fecero perdere la pazienza, così fuggii di nuovo nella foresta. E fu qui che  notai Freglia che continuava ad inseguirmi.
Mi voltai e spalancai le braccia, dicendole che l’avrei perdonata per quel che mi aveva fatto.
Per tutta risposta, mi disse che lei, invece, non mi avrebbe perdonata (che poi, cosa mi doveva perdonare io non lo so). Mi colpì alla gamba, ma non mi lamentai. Volevo volerle bene, ad ogni costo. Fortunatamente, ce la feci, alla fine, a bloccarla. Fin che ebbe facoltà di parlare, m’insultò senza interruzione, esclamandomi ancora che non ero un’umana. No, aspé, mi ricordo ancora quel che mi disse, qualcosa tipo : “Tu... chi sei?” e poi “Guardati!” e.. Ah, “Come puoi pensare di essere ancora umana?”.  Quelle frasi mi ferirono più di qualunque altra tagliente lama, tanto che la divorai e poi corsi lontano, mi addormentai, feci un sogn… l-la… divorai…? Io l’ho d-divorata… ma come? Cosa sto dicendo?! Non può essere come quello strano di Duzarro mi ha detto! L’ho mangiata… l’ho divorata… ? Ma che cazzate sono?! Non è che l’abbia fatto in quel senso! Solo perché così non sarebbe più fuggita, l’ho messa al sicuro dentro me! Si! Questa è la verità! … dovrebbe esserlo… dovrebbe…
Ah, ehm, quando mi svegliai, dopo un sogno macabro e senza senso, mi ritrovai dinnanzi un tizio biondo, che sembrava conoscermi molto bene. Fu lui a confondermi ancora di più le idee.
Però… però, dopo avermi vista disperata, mi offrì aiuto. Per la prima volta, qualcuno si offrì d’aiutarmi ed io non potei rifiutare. Ora come ora, sebbene abbia ancora tante oscure domande senza risposta e di ciò sia prossima a trovarne più di una, e sebbene sappia che quest’ultime saranno per me terribili, so che lui sarà al mio fianco.
Questa volta non sarò sola e questo mi tranquillizza un po’, almeno per il momento…




*In questa parte, Semiramide usa la sua mossa “Fauci”, che le consente di aprire una grande bocca al di sotto del diaframma. Nonostante tutto, ella non è consapevole delle sue tecniche da risvegliato, anche perché non si considera tale e neppure ha modo di osservarsi, né tantomeno glielo si fa notare.

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